La casa rigata 5/ Mia nonna Orsola e la scomunica del 1948

Mia nonna Orsola era nata nel 1886 ed era analfabeta, ma questo lo sapete già. Era una donna piccola, dal volto rugoso, lenta nel camminare e sempre vestita di nero.Portava un fazzoletto nero, a volte con qualche piccolo disegno in grigio, che annodava dietro la nuca, come si usava, un vestito nero, un grembiule nero, calze nere e scarpe anch’esse nere, di panno. Usciva poco perché non sapeva dove andare: si sentiva smarrita. Per la verità, usciva tutti i giorni con me, prima che io andassi alla scuola elementare, ma c’era anche una ragione: attorno alla nostra casa popolare vi erano quasi solo campi d’erba e nessuna vera strada asfaltata. Ed un canale, certo, dove lavandaie battevano le lenzuola e parlavano. Qualche volta cantavano. Mia nonna si sentiva un poco ancora a casa, quella di prima intendo, che chiamavano il Vaporetto, perché era lunga e stretta di fianco al torrente Tiepido.
Mia nonna vestiva di nero da quando era rimasta vedova e le vedove vestivano sempre di nero, a meno che non si sposassero di nuovo, ma lei non l’aveva mai voluto fare. Mio nonno era morto d’infarto, una domenica mattina, mentre mia nonna era a messa. No, lui a messa non ci andava perché le sue idee non erano quelle. Qualcuno mi fece capire che, comunque, lui preferiva l’osteria alla chiesa, ma io ero piccolo per capire queste cose. E comunque lui morì di infarto, come tutti i maschi passati della famiglia e non di cirrosi epatica.
Ma era prima del 1948 perché dopo quell’anno mia nonna a messa non ci volle più andare. Non andava certo all’osteria lei; non credo che ci fosse abituata, anzi, e non era quello il suo destino. Accadde quando la Chiesa decise di scomunicare i comunisti. Lei non sapeva bene cosa fossero, sapeva solo che i suoi figli erano comunisti e che, quindi, i comunisti erano come i suoi figli (mio padre aveva un fratello).
Sono sicuro che le mancò non andare più a messa la domenica mattina e nelle due o tre feste comandate come Pasqua, Natale e il santo patrono, ma non lo diede mai a vedere. La chiesa di San Donnino era bella e grande e lei me ne parlava ancora, ma solo per dirmi che dovevo andare a vederla perché ce n’erano poche così.
Penso anche che lei capì poco o punto di tutta quella storia che faceva un gran discutere nella frazione dove vivevano. Semplicemente, credo che dovette fare una scelta e lei scelse i figli. Non diede mai ragioni, mi disse poi mio padre, non spiegò nulla e non maledì nessuno.
Quella piccola donna in nero, che tutti chiamavano l’Augusta, fece la sua scelta.

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