“Chi ci va prima con Garibaldi?”

Mia madre rimase orfana di padre a otto anni e quella morte le svoltò la vita. Era il 1933 e mio nonno morì per una ferita non curata. Colpo al polmone sparato da un manipolo fascista. Senza ragione, senza un vero perché. E mia madre ne rimase segnata per sempre. Perché poi non è facile rimanere orfani a otto anni nel 1933 quando ti restano solo una mamma e una nonna.

Mio nonno morì, dunque, nel 1933 e io non l’ho mai conosciuto. In fondo, anche mia madre si ricordava poco di lui. Era un contadino emiliano che aveva fatto il soldato nella Prima Guerra Mondiale, l’aveva scampata ed era tornato a coltivare la terra.

Raccontava a mia madre di aver visto cadere l’aereo di Baracca, dalla trincea dove era rinserrato con i suoi compagni. Mia madre credeva a quel racconto, che metteva un poco di nobile mito ad una guerra così poco mitica, e neppure io ho mai cercato di capire se fosse andata veramente così.

Mio nonno, dunque, non era morto in guerra; no, mio nonno morì per una ferita ai polmoni che qualche medico non volle curare. Non per problema di soldi ma per ragioni politiche.

Dunque, torno al racconto di mia madre. Un manipolo di fascisti, sì una vera squadraccia, andò a fargli visita, tutti armati. Cercavano dei parenti di mio nonno, dei cugini, che erano già in odore di comunismo: li cercavano per dare loro la lezione che si meritavano. Ma non erano nascosti nella casa di mio nonno, vicino al Ponte di Sant’Ambrogio, dove erano andati a cercarli. Erano nascosti dove non so e dove non sapeva neppure mio nonno, che comunque non glielo avrebbe certo detto.

No, lui non era comunista, ma un giovane vecchio socialista, forse massimalista forse socialista e punto. Che a quei tempi per un contadino emiliano come lui bastava e avanzava. Forse.

Gli chiesero, certo non con buone maniere, dove fossero i suoi cugini e lui risposte che no, non erano lì ma che comunque entrassero che ne avrebbero parlato. E si voltò incamminandosi verso casa.

Mi immagino mio nonno voltarsi e camminare mentre un colpo di mitra parte all’improvviso e lo prende alla schiena. Lo immagino, mia madre ricordava solo il racconto perché era ancora troppo piccola.

E il racconto prosegue con il ricovero di mio nonno all’ospedale che oggi non esiste più, ma capisce che non intendono curarlo e che, anzi, gli confida un infermiere, ciò che non erano riusciti a fare le pallottole avrebbero fatto i ferri del chirurgo durante l’operazione.

Lui fuggì di notte dall’ospedale, aiutato da quell’infermiere, e tornò in campagna. Non lo cercarono più, non interessava. Sarebbe stato tempo perso con lui.

La ferita non curata, il proiettile non estratto fecero il loro lavoro. Nelle settimane prima di morire mio nonno si ricordò anche di essere padre. Lui sapeva di dover morire, ma sapeva anche che mia madre era nata settimina e aveva ben poche speranze di sopravvivere. Le ripeteva spesso, in dialetto: chi ci va prima con Garibaldi, me o te? Quello era il suo paradiso dopo la morte, quello  era il San Pietro che avrebbe accolto un contadino emiliano e socialista come lui.

Non so se quello divenne per tutta la vita il Paradiso immaginato da  mia madre. Ma so che non si meravigliò quando vi furono brigate partigiane che si diedero il nome di Garibaldi.

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