Credevo fosse un partito, ed invece era un calesse.

I congressi nel circoli del Pd sono arrivati, credo, a metà strada e la vittoria di Renzi appare molto chiara, quasi debordante. Vedremo il 30 aprile con quale percentuale vincerà le primarie, se vi saranno cioè scostamenti significativi.Dal punto di vista razionale, appare singolare che vinca nel partito colui che il partito ha volutamente trascurato, per non dire diroccato (perché gli viene naturale e perché era il suo obiettivo).

Penso che il voto così ampio per lui, tra coloro che sono andati a votare, derivi da almeno due fattori, entrambi legittimi ma egualmente singolari: vi è la convinzione che solo Renzi possa portare alla vittoria quel partito e, in secondo luogo, lui rappresenta comunque il segretario del partito, di quello che un tempo si scriveva con la P maiuscola.

Il partito attuale è la luce di una stella morta ed è una luce sempre più debole perché la distanza, misurata in anni (non luce, ma della storia), è sempre maggiore.

Il fatto che nei singoli circoli si discuta, immagino con passione, nulla toglie alla mia riflessione: è una discussione fra poche decine di persone che rimarrà confinata in quella sala. Perché non vi è alcun interesse a cercare una sintesi (roba vecchia?!) e, soprattutto, perché le primarie del 30 aprile serviranno a indicare il candidato alle prossime elezioni e non il segretario. Perché di questo, in realtà, si sta discutendo.

Lo stato del Pd in quanto partito non interessa in alcun modo a Renzi: lo si è già visto, quel che non si è vista è uno straccio di riflessione autocritica. Lo si vede anche dalla narrazione renziana dei risultati: si calcola la percentuale  di chi va a votare e la si confronta con quella del 2013, rimangono nel cassetto i dati veri degli iscritti, che peraltro mi risultano ancora “imprecisi”.

Del resto, l’autocritica è la grande assente da questi congressi perché la colpa è solo del “destino cinico e baro”, oppure di gufi e rosiconi. Quelli sono già spariti nella notte della sinistra, ora non resta che fare in modo che non ricompaiano anche di giorno in Parlamento; la bocciatura al referendum è solo una apparente sconfitta di Renzi, il quale immagino che porrà la soglia di sbarramento al 5% come condizione ineliminabile per una nuova legge. Con quale obiettivo è facile capirlo.

Resta il problema dei Masaniello del Sud (Emiliano, ma non solo), ricondotti a più miti consigli da questi risultati, ma abituati a scorrerie e incursioni anche quando stanno in minoranza. Fino a quando restano.

Più importante sarà capire come sarà trattata la pattuglia di Orlando, una bella presenza destinata a contare poco o nulla. Purtroppo per il Pd e, forse, non solo. Perché a me pare chiaro che questa volta non rimarranno margini di ossigeno per le minoranze: non si faranno prigionieri.

Gli stessi comitati elettorali di quei politici Pd che i comitati elettorali se li possono permettere hanno mostrato di non avere autonomia, almeno a questo giro, e di essere dei finti babau: potevano far restare fermo un giro Renzi, e sono rimasti fermi loro. Fermi e seduti sulla poltrona.

Insomma, credevo fosse un partito ed invece era un calesse.

 

 

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