La casa rigata 4/ Storia di un censimento e di una nonna analfabeta

“Ma dimmi bene, ma cos’è questa cosa del censimento? Ma ci chiedono dei soldi?”

Mia nonna cominciò a girarmi attorno con le sue domande e io alzai la testa perché di solito lei parlava poco, anche con me. Mia nonna Orsola, voglio dire, era nata nel 1886, e parlava poco oramai, se qualcuno non le rivolgeva una domanda. Era stata abituata così.
“Senti, ma cosa vengono a fare? Cosa mi debbono chiedere?” Alzai nuovamente la testa, perché mia nonna ce l’aveva in testa la vera domanda ma ancora non me l’aveva fatta. Era stata abituata così.
C’erano poco più di settant’anni di distanza tra tre generazioni (in mezzo c’era mio padre). La distanza di settant’anni separava mia nonna, che era analfabeta, da me, che poi mi sono laureato. Oddio, nell’anno di questa storia io facevo solo la terza elementare, ma era già tanto per mia nonna e per quel che voleva.

Nel 1961 si tenne il grande Censimento italiano, il censimento del centenario dell’Unità d’Italia; l’Italia voleva mostrare al mondo come era cambiata, e del resto era anche vero: eravamo in pieno boom economico.
Sapevamo che sarebbero venuti giovani censitori a casa nostra per compilare le grandi schede, piene di domande e di quadratini. O, almeno, io le ricordo così.
Era impossibile non sapere che ci sarebbe stato il Censimento, lo capì anche mia nonna, che non era più giovanissima ma era ancora lucida, per quanto possibile.

Era ancora abbastanza lucida da sapere che lei non sapeva neppure fare la propria firma, anzi, per dirla tutta, forse non sapeva neppure sgorbiare una croce. Forse mia nonna si vergognava di non sapere leggere né soprattutto scrivere (far di conto non era mai stato affare suo). Aveva già settantacinque anni, strappando i giorni a due guerre mondiali e alla miseria più nera. Forse mia nonna in quei giorni pensò che quella vita sarebbe stata vissuta tutta invano, se lei fosse rimasta ancora una volta esclusa.
“Non voglio che scrivano sui loro fogli che io sono analfabeta, non voglio” mi disse. E poi, sottovoce, per non farsi sentire dagli altri della famiglia, “mi vergogno”.

Nonostante avessi solo otto anni capii quel che c’era da fare e passai i miei pomeriggi per metà a farla provare e riprovare a scrivere la propria firma. Nome e cognome fatti bene. Il problema non fu che mia nonna non conoscesse l’alfabeto, io non ci provai nemmeno a insegnarglielo: le dissi che erano come disegni e questo la mise più tranquilla, perché da ragazzina anche a lei piaceva fare disegni, ma non trovavo mai la carta su cui scarabocchiare, mi sorrise. Il problema per lei era tenere in mano una penna, del resto sarebbe stato come far tenere in mano a me una falce o un tronchetto.
Consumai un intero quaderno, che poi non fu facile spiegare a mia madre perché ne avevo già bisogno di uno nuovo che me l’aveva appena comprato e mi dovetti inventare che me l’avevano rubato a scuola. Ma ne valeva la pena.

Finalmente suonarono i giovani del censimento, salirono le scale della nostra casa popolare, bussando a tutte le porte. Mia nonna aveva avuto ragione, bene o male quelli che abitavano nella casa, beh tutti sapevano fare almeno la propria firma, perché loro avevano fatto, bene o male, le elementari.
Li facemmo sedere, tirarono fuori i loro fogli e cominciarono a farci domande; quando toccò a mia nonna parlai io per lei, prima che i miei genitori si mettessero di mezzo. Certo che sa fare la propria firma, dissi, sperando che sarebbe bastato. Mia nonna fece quel pomeriggio la firma più bella che avesse mai fatto, lentamente certo, ma era pur sempre anziana. Sorrise a me e poi ai due giovani. E loro ricambiarono il sorriso. Allora i vecchi li si rispettava ancora. Anch’io feci loro il mio sorriso più franco. Sa anche leggere? chiesero timidamente. Certo, la nonna legge tutti i pomeriggi con me, li assicurai. Si fidarono, finsero di crederci. Non scrissero che era analfabeta parziale o cose simili, e glielo dissero.

Ricordo ancora il sorriso che stirò le grinze del volto di mia nonna, era la prima volta che il suo volto non mi pareva spento sotto il fazzoletto nero che portava da quando era vedova.
Fu così che mia nonna entrò nel censimento, ma soprattutto quel giorno mia nonna divenne italiana.

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