Foto di gruppo in un interno, omaggio a Picca.

Da tre giorni un congruo numero di donne e uomini di Modena e dintorni (definisca: congruo. Un bel po’ congruo) ha un rendimento sul lavoro, ma anche casalingo, decisamente sotto la media. Le ragioni di questo calo di produttività meritano di essere indagate.Il congruo numero di donne e uomini passa molto del tempo a guardare su Facebook una mostra, anch’essa congrua, che tale Picca crea “on site” e “online”. Cioè come e quando gli pare, e perciò bisogna stare sul pezzo per beccare l’ultima fotografia postata e gridarlo ai colleghi, agli amici, ai famigliari e a quelli che fingono di lavorare al posto nostro. E tutti giù a berciare, a far risate a ganasse, a commentare con la lingua e con i polpastrelli.

Trattasi di foto di musicisti di chiara fama (definisca: chiara. Luminosa fama) immortalati in differenti luoghi e locali del modenese. Cioè, ovviamente non è vero, e questo slittamento di posto genera anche lo slittamento di senso.

Tutti giù a ridere come matti e, si sa, il riso è nemico del serio lavoro (definisca: serio. Lavoro a testa bassa, senza rompere le balle al capo).

Se non temessi di essere denunciato alla pubblica opinione, (definisca: denunciato. Sputtanato senza pietà) direi che quella del Picca è una operazione situazionista, degna del miglior Guy Debord. E’ senza dubbio alcuno superamento dell’arte come attività separata e come produttrice di oggetti mercificabili, tanto è vero che questa attività fluisce nel fiume fangoso di Facebook, ma non ha costo e non ha prezzo. Tutti possono ridere e tutti possono riciclare il tutto per far ridere gli amici (definisca: riciclare. Dare gratis agli amici la possibilità di divertirsi, se poi non capiscono è un problema loro)
Il problema è che il congruo numero di divertiti nullafacenti ha già destrutturato la situazione artistica del Picca, perché ne chiede a gran voce la fissazione su carta e a pagamento, principi che sono polvere pirica sotto il culo di Debord e Figadein di Picca.

La mostra propone sempre una didascalia abbinata ad ogni fotografia ed è l’elemento verbale che destabilizza l’elemento iconico (a questo punto mi sono perso ma voi fate finta di capire). Sembrava troppo perfetto per reggere il pensiero del pubblico vedente: la foto era la tesi, la didascalia era l’antitesi e il divertimento era la sintesi. Ed invece gli slittamenti progressivi del piacere, procurato da ogni immagine come nel miglior romanzo di Alain Robbe-Grillet, hanno portato a risultati di sottile angoscia (definisca: angoscia. Magari tutti quei gruppi fossero venuti a Modena!)

Le foto galleggianti nel flusso dimostrano che viviamo davvero in una società liquida, come Bauman ammonì tre anni fa il Picca in un bar di Piazza Grande, perché il web è un fiume e la vita scorre via e noi siamo affogati fino al naso nella merda liquida. Le foto sono barchette di carta  messe dalla mano di un bimbo nella corrente della quotidianità (definisca: quotidianità. La solita rottura di coglioni di facebook, con i suoi gattini, i piattini, i compitini).

Ed ora, pover’uomo? (Definisca pover’uomo. Picca) che fare? Un passo avanti e due passi indietro? Prendere il posto di Beppe Zagaglia nella proiezione di foto a Ferragosto ai Giardini? Chiedere un congruo assegno al Comune (definisca congruo. Ventimila euro) e allestire la mostra al Mata? Oppure stampare in grande formato le foto e collocarle nei luoghi indicati dalle didascalie?  Ma le foto non indicano quei luoghi?! E tu che ne sai, c’eri tu quel giorno lì, con loro, quando scattarono quella foto? No, e allora? E poi mettiamo che arrivi uno straniero e veda le foto, che ne so, di Elvis o di Frank Sinatra, e gli sembri di essere già più a suo agio e dica: è come se io ci fossi già stato in questa città. L’ho vista in tante foto e ho sempre desiderato venirci. E io che credevo che questa fosse la città delle eccellenze?! Se dobbiamo raccontarla, allora raccontiamola bene (mi definisca: raccontare. Storytelling, slides, Renzi).

 

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