Quattro orsetti di pezza nella Shoah

Voglio disporre sul tavolo quattro immagini, che raccontano altrettante storie.


Una ragazzina di dieci anni, gomiti e spalle ossuti, gioca su una spiaggia con la sorellina e stringe un orsetto di pezza. Quel pupazzo, forse un teddy bear americano o forse un giocattolo della ditta tedesca Steffi, lo ritroviamo appoggiato alla spalliera del letto in una cameretta in una seconda foto di famiglia. I libri e i quaderni sono aperti sulla piccola scrivania, aspettando una ragazzina che noi sappiamo non tornerà. La bambina della prima foto è Anna Frank e la cameretta è la sua, ad Amsterdam, come suo è anche quel pupazzo.

Proprio quella ragazzina, che aveva quale compagno di giochi il piccolo orsetto, non poteva sapere che, in un campo di concentramento simile a quello nel quale avrebbe perso la vita, gli orsi erano di carne e artigli. A Buchenwald esisteva un piccolo zoo per ufficiali e soldati di guardia e per le loro famiglie, una grande gabbia con qualche somiglianza alle fosse degli orsi, che esistevano da secoli in Germania e nel Vecchio Continente. “C’è la gabbia con dentro un orso e un’aquila in cui ogni giorno le SS gettavano un povero Ebreo. L’orso si sbranava il grosso, l’aquila poi si gettava sulle ossa.” Questa gabbia stava nel bel mezzo del campo di concentramento di Buchenwald. Ma a Buchenwald l’ha vista solo uno tra le migliaia di Ebrei liberati che distrattamente non si erano mai accorti di una gabbia con un orso e un aquila intenti a sbranare giornalmente un malcapitato. Quest’uno aveva sempre taciuto, ma poi finalmente ha parlato. Questa storia la possiamo leggere sull’edizione del New York Times del 10 Novembre 1988, il sopravvissuto si chiamava Morris Hubert. Una storia incredibile, come hanno esclamato perplesse molte persone? “E’ incredibile ma è accaduta davvero” ha risposto con semplicità il signor Hubert. Rimane il fatto che sulle piantine ufficiali del campo di Buchenwald è ancor oggi chiaramente indicata la gabbia degli orsi.

Al Museo dell’Olocausto di Washington è conservato un piccolo orso di pezza appartenuto a Selma Schwarzwald, nata nel 1937 a Lvov in Polonia e sopravvissuta all’invasione nazista del suo paese. Quell’orsetto, regalato a Selma dalla madre al termine della guerra, porta il nome di “Rifugiato”, e richiama le tribolate traversie delle due, rifugiate con falsa identità e con falso nome in un piccolo paese polacco, mentre tutto intorno infuriava l’atrocità del secondo conflitto mondiale, con il suo corredo di campi di sterminio, nei quali morirono tutti i loro parenti. Quel piccolo orsetto di pezza dallo sguardo triste è reso ancor più triste dal piccolo abito cucito a mano da Selma e da sua madre, e che ricorda la divisa di un internato. Il giocattolo ha accompagnato tutta la vita di Selma: era con lei quando era la piccola, bionda, cattolica Zofia in Polonia durante la guerra (quasi anch’essa una incarnazione di Boccoli d’oro, protagonista della famosissima fiaba inglese); era con lei quando si trasferì dai parenti in Inghilterra e le fu rivelato che era ebrea e non cattolica, come le avevano fatto credere per salvarla dallo sterminio nazista; era con lei quando si trasferì negli Stati Uniti, dove terminò gli studi medici, sposò un ebreo ed ebbe due figli. Quel pupazzo è uno degli oggetti simbolo del Museo dell’Olocausto e una sua replica è stata portata sullo Space Shuttle Discovery dal comandante Mark Polansky.

Al Museo Memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme è custodito come un cimelio il pelouche della signora Stella Knobel. “Sono riuscita a salvarlo per tutti questi anni. E ora so che continuerà a vivere anche dopo di me” ha detto la Knobel. Perché quell’oggetto è così importante? Perché Stella Knobel, ebrea sopravvissuta all’Olocausto, aveva solo 7 anni quando è dovuta scappare dalla Polonia durante la Seconda Guerra Mondiale nel 1939. E l’unica cosa che ha potuto portare con sé è quel piccolo orsacchiotto. L’ha accompagnata attraverso l’Unione Sovietica, l’Iran, fino in Terra Santa… “E’ stato come una famiglia per me, Era tutto quello che avevo. Sapeva tutti i miei segreti”. Quell’orsacchiotto era un sopravissuto e un salvato esattamente come lei.

L’artista e scrittore francese Tomi Ungerer ha sublimato storie e sentimenti di quel tempo crudele in una piccola ma preziosa “autobiografia di un orsacchiotto” chiamato Otto. Un piccolo libro di grande bellezza e di eguale fortuna. Il giocattolo di peluche rappresenta il legame affettivo tra due bambini tedeschi, l’uno ebreo e l’altro ariano, separati dalle leggi razziali, dalla Shoah e dalla guerra. I genitori dell’uno scompariranno in un campo di concentramento, la madre dell’altro perderà la vita sotto le bombe alleate e il padre in battaglia. L’orsetto di peluche passerà di mano in mani sino ad arrivare negli Stati Uniti assieme ad un soldato di colore, per finire nella vetrina di un rigattiere. Ma poichè la vita è fatta di caso e di casi, Otto sarà ritrovato da uno dei due bambini, fattosi oramai anziano che, proprio grazie a lui, ritroverà il lontano amico. All’orsacchiotto, assai malconcio e più volte rattoppato, toccherà comunque il compito di scrivere la storia di David, Oskar e, appunto, Otto.

L’orsetto di pezza, che accompagna una parentesi di felicità nella vita di Anna Frank o la salvezza conquistata per l’ebrea-cattolica-ebrea Selma, è un oggetto più grande delle sue dimensioni reali, più complesso del suo essere un piccolo sacco di pezza o di pelo riempito di segatura, più moderno del suo essere così antico, quasi senza tempo. L’orso è il simbolo di quanto vale economicamente il commercio della fantasia. Come ha detto Stella Knobel, l’orso vale una famiglia.

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