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Berlino 1964: Martin Luther King piccona il Muro a colpi di jazz

Nel 1964 il reverendo Martin Luther King fu invitato ad aprire con un discorso il festival jazz di Berlino. In realtà, come ha scritto Elfio Nicolosi e come hanno raccontato molti giornali, King fece molto altro. “Aprì il Festival jazz della città, tenne una funzione commemorativa per John F. Kennedy alla Philharmonic Hall di Berlino, fece un sermone per più di 20.000 berlinesi in un arena all’aperto e gli fu conferita la laurea honoris causa dalla Facoltà Teologica della Chiesa protestante.
Ancora più spettacolare, fu il suo passaggio, senza passaporto, al confine del Checkpoint Charlie a Berlino Est, dove  predicò a una folla entusiasta nella straripante Chiesa di Santa Maria, ad AlexanderPlatz, sulla lotta per i diritti civili nel suo paese, portando i saluti dai “fratelli e sorelle cristiani” sia degli Stati Uniti che di Berlino Ovest”.

Pare che il passaporto gli fu ritirato per impedirgli di andare a Berlino Est ma, evidentemente, i soldati al check point non ebbero il coraggio di fermarlo.

Il discorso di Luther King fu breve ma molto appassionato. E non poteva essere diversamente.

Le parole di King sono invecchiate? Sì, ma solo in parte e comunque sono un documento su cosa rappresentava quella musica per i neri d’America proprio negli anni di maggiore tensione razziale.

Ma il reverendo King provò a mostrare cosa poteva significare il jazz per il resto del mondo. A partire dai bianchi cittadini di Berlino.

Nel gennaio del 2012 fu realizzato questo breve video nel quale una decina di persone recitano quel discorso, una frase per uno.

Allego qui sotto il testo in inglese e poi la traduzione in italiano.

God has wrought many things out of oppression. He has endowed his creatures with the capacity to create—and from this capacity has flowed the sweet songs of sorrow and joy that have allowed man to cope with his environment and many different situations.
Jazz speaks for life. The Blues tell the story of life’s difficulties, and if you think for a moment, you will realize that they take the hardest realities of life and put them into music, only to come out with some new hope or sense of triumph.
This is triumphant music.
Modern jazz has continued in this tradition, singing the songs of a more complicated urban existence. When life itself offers no order and meaning, the musician creates an order and meaning from the sounds of the earth which flow through his instrument.
It is no wonder that so much of the search for identity among American Negroes was championed by Jazz musicians. Long before the modern essayists and scholars wrote of racial identity as a problem for a multiracial world, musicians were returning to their roots to affirm that which was stirring within their souls.
Much of the power of our Freedom Movement in the United States has come from this music. It has strengthened us with its sweet rhythms when courage began to fail. It has calmed us with its rich harmonies when spirits were down.
And now, Jazz is exported to the world. For in the particular struggle of the Negro in America there is something akin to the universal struggle of modern man. Everybody has the Blues. Everybody longs for meaning. Everybody needs to love and be loved. Everybody needs to clap hands and be happy. Everybody longs for faith.
In music, especially this broad category called Jazz, there is a stepping stone towards all of these.

La traduzione (rivedibile) in italiano:
Dio dall’oppressione ha dato vita a molte cose. Egli ha dotato le sue creature della capacità di creare e da questa capacità sono sgorgate le dolci canzoni di sofferenza e gioia che hanno permesso all’uomo di far fronte a contesti ambientali e situazioni molto diverse
Il Jazz parla di vita. Il Blues parla delle difficoltà della vita, e se ti fermi a riflettere un momento, capirai che prende le più dure realtà della vita e le mette in musica, così da poterne trarre nuova speranza e senso di trionfo.
Questa è musica trionfante.
Il Jazz moderno prosegue in questa tradizione, cantando le canzoni di una più complicata esistenza urbana. Quando la vita stessa non ti offre ordine o significato alcuno, il musicista crea un ordine e un significato dai suoni della terra che scorrono nel suo strumento.
Non c’è da meravigliarsi che gran parte della ricerca di un’identità tra gli afro-americani sia stata sostenuta da musicisti jazz. Molto prima che moderni saggisti e studiosi scrivessero di identità razziale come di un problema per un mondo multi-razziale, i musicisti erano tornati alle loro radici per esprimere quello che si agitava nella loro anima.
Molta della potenza del nostro Freedom Movement negli Stati Uniti è nato da questa musica. Essa ci ha rafforzato con i suoi ritmi dolci quando il coraggio cominciava a venir meno. Ci ha calmato con le sue ricche armonie quando lo spirito era abbattuto.
E ora il Jazz si esporta in tutto il mondo. Poiché proprio nella lotta del nero in America c’è qualcosa di affine alla lotta universale dell’uomo moderno. Tutti hanno i “Blues” (momenti di sconforto ndr). Tutti cercano un senso. Tutti hanno bisogno di amare ed essere amati. Tutti hanno bisogno di batter le mani ed esser felici. Tutti desiderano la fede.
E nella musica, e in particolare in questa categoria detta Jazz, c’è un punto di partenza per tutte queste cose.

Ps qui sotto il link ad una pagina  che rievoca quella giornata a Berlino

http://www.visionandvalues.org/2014/11/martin-luther-king-and-the-berlin-wall/

 

 

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