I monumenti servono a ricordare o a cancellare i ricordi indesiderati?

Mi ci sono imbattuto per caso, non ne conoscevo l’esistenza. Questo è il privilegio del turista “a sua insaputa”. Siamo a Budapest, Ungheria, la terra governata da Orban.

Se guardate la foto vi domanderete perché pubblico questo monumento: cosa rappresenta? quando è stato costruito? E, soprattutto, perché lo mostro?

L’arcangelo Gabriele rappresenta l’Ungheria, minacciata dall’aquila rapace. Aquila tedesca, aquila nazista. E allora? E allora molte associazioni magiare, in primo luogo quelle che rappresentano le comunità ebraiche sopravvissute allo sterminio, hanno criticato in modo frontale il falso storico che quel monumento rappresenta. Lo hanno criticato con parole, dimostrazioni e opere: hanno “costruito” un contro-monumento proprio a un metro di distanza. Hanno fatto di più: hanno appeso la spiegazione del monumento anti-Orban in molte lingue, tutte o quasi le lingue di noi turisti “a nostra insaputa”. Per consentirci di capire.

Perché, secondo loro, quel monumento è un falso storico, quindi un esempio di propaganda politica per l’immediato, un primo passo per riscrivere la storia del paese? Perché Orban vuole far credere che tutta la colpa di ciò che è avvenuto in Ungheria sia colpa di gente venuta da fuori, una infezione arrivata dal cielo.

Nell’Ungheria guidata dal fascisteggiante ex ammiraglio Horthy, ultimo comandante della Marina austro-ungarica (una doppia contraddizione, ma questa è altra storia), le leggi discriminatorie e razziste antiebraiche furono numerose. L’odio e la delazione alimentarono denunce, tradimenti, ricerca di ricompense sotto varie forme. Come avvenne in tutti i paesi, compresa l’Italia. Quel governo era alleato della Germania nazista, non vittima inconsapevole.

Le associazioni hanno denunciato il costo esorbitante, secondo loro, del monumento, lucido e brillante come tutte le “patacche”; poi hanno realizzato il loro contro-monumento, rasoterra, con valigie di cartone che ricordano quelle dei deportati ad Auschwitz, con libri, scarpe, piccoli oggetti. E sassi e sassolini, secondo la tradizione ebraica.

Pare che l’idea sia venuta da un altro monumento, questo davvero toccante, sulla riva del Danubio: nel 2005 vennero installate scarpe a ricordo degli ebrei uccisi e gettati nel fiume. Venivano legati a gruppi di tre, uno di loro veniva ucciso con un colpo alla testa e venivano buttati in acqua, dove erano trascinati al fondo dalle correnti e dal peso del compagno morto.

Il monumento è stato inaugurato esattamente tre anni fa, alla fine di luglio del 2014. Resiste, come resiste Orban. Brilla al sole dell’agosto.

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